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Il racconto che state per leggere l'ha scritto la più giovane delle nostre corsiste di quest'anno. Lo segnaliamo anche perché, insieme a molti altri racconti dei partecipanti de Lalineascritta, sarà edito nelle pagine estive dedicate alla cultura del quotidiano napoletano Il Roma.
L'iniziativa durerà tutta l'estate.
Contro me stessa.
Mi sono messa seduta e ho aspettato. Ho aspettato un'anima, ho aspettato un cuore, ho aspettato la vita, o semplicemente un soffio di vento che mi portasse via. Ho aspettato per anni interi. Ho aspettato un treno che non è mai arrivato. Ho aspettato una nuvola, mi avrebbe presa nel suo soffice abbraccio e fatta volare via, per sperdermi nell'universo in piccole cellule di vita e di morte. Ho aspettato un fascio di luce che m'avrebbe portata in alto, dove nessuno può sentire e vedere, dove il silenzio non fa più male.
Ho aspettato per anni interi tra candele accese e libri polverosi cercando in essi la vita, per capire di cosa si trattasse veramente. Ho passato notti intere a cercare un senso.
Un giorno ho preso una lametta e mi sono ferita i polsi, per capire se nella morte avessi potuto trovare la vita. Ho sentito dolore e bruciore. Ho lasciato che il sangue sporcasse il pavimento e l' ho guardato fuoriuscire veloce tingermi di rosso la pelle. Ho aspettato che il mio corpo si indebolisse e mi sono guardata allo specchio, sempre più fragile e pallida. Ho guardato i miei occhi chiudersi lentamente e la mia bocca aprirsi leggera nel dolore. Ho avuto paura. Allora ho pianto per sette giorni e per sette giorni ho aspettato che Dio mi facesse morire. Ho urlato perché mi sentisse, ho sputato in cielo perché si accorgesse di me. Ho desiderato la morte più di quanto non avessi desiderato la vita fino a quel momento. Ho guardato il soffitto immaginando il cielo e ho sognato di morire e di volare in alto tra gli angeli dallo sguardo azzurro che mi prendevano le mani e mi lasciavano danzare nell'aria.
L'ottavo giorno sono uscita e sono andata a comprare della droga. Ho visto gli occhi indifferenti delle persone riempirti i sacchetti e chiederti il denaro.
Dal nono giorno al cinquantesimo giorno mi sono prostituita con dei conoscenti per avere i soldi, mi sono spogliata e ho dato loro ciò che volevano, sono stata bambola e donna.
Il cinquantunesimo giorno ho pianto e mi sono dimenata tra il sudore e il vomito. Ho aspettato che Dio mi venisse a salvare. Ho guardato negli occhi mia madre e ho visto tanto dolore. Avrei voluto abbracciarla, avrei voluto dirle di non aver paura, perché la mia vita sarebbe cambiata.
Il cinquantaduesimo giorno ho cercato di sputarmi addosso, per farmi sentire lo schifo di me stessa e la saliva mi è scivolata sul mento. Quel giorno ho compiuto ventidue anni e ho visto piangere mia mamma disperata su di me nell'ultimo mio minuto di vita. Non ho avuto la forza di dirle che le volevo bene. Mi sono abbandonata tra le sue braccia e il mio corpo ha smesso di combattere contro la mia cattiveria. Sono morta e ho visto una luce, subito dopo il silenzio.
Mi chiamo Cristina, ho 22 anni e sono laureanda in sociologia alla Federico II di Napoli. Frequento il corso di Antonella Cilento, Lalineascritta, per conoscere le tecniche di scrittura e imparare a scrivere non solo per diletto.
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