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Rassegna Stampa
- IL MATTINO -

Isole senza mare


Data di pubblicazione: Sabato, 7 Marzo 2009

Generoso Picone Nina aveva 80 anni quando alle cinque del mattino aprì la finestra e si buttò giù. Voleva uccidersi ma non ci riuscì, il corpo rimbalzò sulle corde dei panni e la caduta fece un gran baccano, i vicini si svegliarono e così pure Aldo, che era a letto tormentato dall’asma. Poi lui morì e Nina ci riprovò bevendo il solvente. Quella volta la salvò la cameriera: venne fuori dal coma a fatica, non parlava ormai più se non per ripetere il nome del marito, piangendo e toccando la fede sarda al dito. Qualche mese dopo ce l’avrebbe fatta a lasciare la vita.
Antonella Cilento spiega di aver cominciato a scrivere il suo libro giusto allora: «Poiché non sapevo abbastanza di Nina e l’avevo tanto amata, poiché non saprò mai abbastanza di Maddalena, sua sorella, o dei miei genitori - dei nostri genitori non sappiamo mai abbastanza - li ho cercati come fossero personaggi di una storia. E altri se ne sono aggiunti alla mia coda: fantasmi, ombre, persone».
Isole senza mare, il suo nuovo romanzo (Guanda, pagg. 371, euro 17: uscirà giovedì 12), è il referto di questa lunga e tormentata indagine, un’esplorazione a ritroso tra i secoli, una ricostruzione dei ricordi condotta con il beneficio dell’invenzione, tante esistenze ripercorse e tenute da un filo ritrovato nel tempo. Una grande narrazione familiare ma non una storia di famiglia, «perché il passato è inventato e il reale si confonde con la fantasia, perché ci sono verità che possono essere dette solo così e perché nessuna memoria è gratuita». In questo largo lessico familiare, su una geografia che dalla Spagna interna punta verso la Sardegna, tocca Roma e arriva a Napoli, in una Italia che tra povertà e cinismi declina l’Ottocento, il Fascismo, le guerre e la contemporaneità, i tentati suicidi di Nina assumono il significato di un cardine importante. Non perché nei suoi gesti possa nascondersi una verità - se non quella di aver cancellato la possibilità di vivere l’infanzia - , quanto per il fatto che «i morti ci seguono, sono la nostra coda di drago. Ci spingono, ci trattengono, se ci voltiamo scompaiono. Ognuno di noi è come Orfeo», aggiunge Cilento.
Bisogna guardare avanti. Però quante cose non si è riusciti a vedere, a capire, a sapere? «Si cresce come si può, scansando i sassi, cercando al luce», scriveva Italo Svevo nei suoi diari: e quando succede di pensare a chi si è diventato, quando si assume la consapevolezza che il peso del passato rischia di rendere impraticabile il presente, quando ci si ritrova a riflettere sulla eufemisticamente complessa costellazione di rapporti e affetti personali, la terapeuta non potrà non constatare che c’è tanta materia per un romanzo. A condizione di utilizzare il velo protettivo della letteratura che la trentottenne narratrice napoletana stende con grande abilità e discrezione, convocando i suoi riferimenti principali, qui Natalia Ginzburg e Fabrizia Ramondino soprattutto.
Vale la pena di citare l’esergo della Ramondino al capitolo finale: «Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare; né però spiegare». Resta la scrittura. Nina e Aquila sono le due donne protagoniste della storia. Interpretano due aspetti dell’identità femminile. Si muovono su scenari paralleli a cent’anni di distanza: Nina è sarda, ha attraversato gli anni del Fascismo e della guerra, ha perso presto il padre, si è sposata tardi, non ha avuto figli, la sorella Maddalena è quel che le resta. Porta dentro di sé tenebre e paure mai esplose prima del suo salto nel vuoto. È l’ultima erede di una famiglia che fuggì dalla Spagna, come Aquila un secolo prima: nobile finita in povertà, a Roma costretta a prostituirsi e quindi amante del marchese Giovanni Pietro Campana, grande collezionista d’arte e impagabile truffatore, in verità innamorata persa del fascinoso attore inglese Adam Eggs.
È inquieta, visionaria, pronta a incresparsi alla passione. Le unisce il punto di partenza, il paesino di Azara sui Pirenei, e un destino di solitudine e infelicità. A loro pare essere precluso l’amore vero. Sono isole senza mare e, giocando con le parole, isole senza amare: simbolo, cioè, di un bisogno antico e purtropo insoluto delle donne. Antonella Cilento ne delinea i profili con straordinaria precisione e vividezza di toni che le rende protagoniste assolute di una scena corale.
Letterariamente nate dalla performance del 1998 titolata già «Isole senza mare», che proponeva una attrice per i due personaggi di Anna Maria Ortese ed Elsa Morante, hanno incrociato il racconto «Téttari», dal nome sardo dei morti stecchiti, i fantasmi senza lenzuolo che popolano le stanze e le paure dei bambini: alla Ortese e alla Morante si sono sostituite loro, Nina e Aquila, e il romanzo è cresciuto, procedendo per stesure e accumulazioni - lo rivela Antonella Cilento ma è ben chiaro alla lettura - e offrendo lo spazio all’autrice per calarsi con la problematicità della sua presenza. In questo, è un autentico romanzo di formazione, la prova che consente di superare linee d’ombra e sperimentazioni per maturare una cifra di rilievo.
Un testo in cui anche curvature e accenti autobiografici - «Da sempre le donne della famiglia lamentano una patria perduta, tutte spaventate che dai lunghi viaggi - in mare, in cielo o in terra - qualcuno non torni: i mariti si perdono, i fidanzati e i fratelli muoiono, le famiglie si smembrano» - sono al servizio di una pagina alta che diventa metafora di una condizione umana generale. Le vicende di Nina e Aquila, le loro vibrazioni emozionali, i silenzi e le urla, la saggezza e il furore che le muove vanno a formare il racconto lungo delle donne. Si ritrovano nel dipinto di Felice Casorati, «Le signorine» del 1912: ci sono quattro figure femminili, una è brutta e curva e sembra la bisnonna Maria Azara; una e bella e malinconica perché invidiosa come Maddalena; Gioconda è Nina con l’entusiasmo della giovinezza; la più sfrontata si chiama Bianca, nel quadro è nuda e di Aquila ha l’anima svestita. Nota Antonella Cilento che sul prato manca solo un telefono bianco o un De Sica ai loro piedi. Verranno anni dopo. Intanto, fuori dalla cornice potrebbe non esserci altro al mondo.

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